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Possibili scenari: Cesare Cremonini riscrive il significato della parola pop

Cesare Cremonini nel video di “Poetica”

Esattamente tre anni fa, recensendo il meraviglioso concerto di Cesare Cremonini nella “sua” Unipol Arena di Casalecchio nella tappa forse più emozionante del Logico Tour, mi ero focalizzato su due aspetti principali relativi all’artista bolognese. Il primo: con Logico era finalmente diventato quello che voleva essere e da quell’album in poi ci sarebbe stato certamente di che divertirsi perché, per sua stessa ammissione, quel lavoro era un punto di partenza più che un punto di arrivo; il secondo: Cesare in quel momento era diventato la più grande (o più probabilmente l’unica) pop star italiana e avrebbe meritato un tour negli stadi come già allora accadeva per artisti dal valore largamente inferiore (senza nulla togliere a nessuno). A distanza di tre anni, arriva finalmente la notizia del suo primo tour negli stadi, previsto per la prossima estate, in contemporanea con l’uscita di un nuovo capolavoro come Possibili scenari, un album destinato a riscrivere il significato della parola pop, in Italia e non solo.
Possibili scenari è infatti un disco che sublima le due caratteristiche principali di Cesare: da una parte l’attitudine cantautorale che da sempre lo contraddistingue e che ne fa probabilmente l’unico erede della scuola che parte da Fossati, Tenco, De André a Genova, passa per la Roma di De Gregori e Venditti e arriva inevitabilmente alla Bologna di Dalla. Dall’altra una maniacale ricerca sonora, come sempre con il solito decisivo contributo del fido Alessandro Magnanini, che modernizza l’approccio classico del cantautore voce e chitarra e gli regala un sound pieno, attuale e internazionale, che certamente vede il pianoforte di Cremonini in primo piano nei brani più intimi, ma anche un’esplosione di strumenti, anche inusuali, a dare anime diverse a pezzi diversi, basti pensare al theremin di Vincenzo Vasi che chiude in modo stupefacente quella clamorosa suite pop-rock che è il primo singolo Poetica.

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Florence Welch incanta Bologna

Florence Welch sul palco della Unipol Arena

Florence Welch sul palco della Unipol Arena

Travolgente, ipnotica, istrionica, sensuale, teatrale, folle, esuberante, intensa. Non è facile descrivere con aggettivi il personaggio, ma soprattutto l’artista, Florence Welch, senza dubbio il fenomeno più interessante che la musica britannica, e non solo, ci ha proposto in questi ultimi anni. Si può però provare a farlo utilizzando due immagini, due flash: i primi fotogrammi dello spettacolo entusiasmante che la rossa londinese ha regalato a una Unipol Arena gremita, insieme alla band che con lei forma i Florence and the Machine. Nel primo fotogramma, dopo l’ingresso della band, Florence entra in scena puntualissima in un lungo abito turchese pieno di svolazzi e trasparenze e a piedi nudi come da tradizione, si posiziona davanti al microfono e sposta una mano nell’aria con un gesto teatrale; l’arena esplode. Nel secondo fotogramma, invece, attacca il primo pezzo della scaletta ed il pezzo è What The Water Gave Me (peccato che non sia stata seguita dal suo naturale prolungamento Never Let Me Go) cioè il manifesto che riassume in un solo brano il suo stile musicale e la sua poetica: il titolo viene da un quadro di Frida Kahlo mentre il testo è ispirato dal suicidio di Virginia Woolf che si buttò nel fiume Ouse con le tasche piene di sassi: “Lay me down, let the only sound be the overflow, pockets full of stones”. Difficile immaginare un altro artista con la stessa presenza scenica e gli stessi riferimenti culturali.

Purtroppo il suicidio e le sventure erano all’ordine del giorno in casa Welch, dove la giovane Florence dovette assistere al divorzio dei genitori, alla morte del nonno paterno in seguito a un ictus e al suicidio della nonna materna affetta da malattia bipolare. E per non farsi mancare nulla, si esibì per la prima volta in pubblico, cantando The Skye Boat Song al funerale della nonna paterna, a sua volta vittima di ictus. Normale che i temi a lei cari siano quelli ispirati al rinascimento e al romanticismo poetico: amore e morte, tempo e dolore, paradiso e inferno. E così Florence, nonostante i soli 29 anni, porta già sul volto i segni dei tanti tormenti passati, ma anche il sorriso sincero di chi in qualche modo se li è messi alle spalle, almeno fino al prossimo. Ironizzando anche su una certa passione per il vino (“Another drink just to pass the time, I can never say no” racconta in Delilah) e sulla leggenda che la vuole comporre sempre in seguito a una sontuosa sbronza.

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L’incanto della semplicità. Il live di Erica Mou al Cortile Café

EricaMou

Erica Mou durante il concerto al Cortile Café

Avete presente quando siete al buffet dell’aperitivo e, dopo aver spizzicato olive, patatine, pop corn, noccioline, sedani, carote, crostini col salame, cracker col Philadelphia e, quando va grassa, quadratini di focaccia e di piadina scarsamente farcita, finalmente arriva la pizza? L’assalto delle cavallette è tale che a stento si riesce a recuperarne un piccolo trancio e mentre lo ingurgiti in due bocconi, già allunghi il collo per vedere se ne è rimasto un pezzo (pia speranza) o se ne portano ancora (arriverà, ma tra almeno venti minuti). La verità è che se sei fortunato riesci a servirti a malapena due volte, e resti lì con la voglia di pizza e l’ultimo sedano in mano e il bicchiere dello spritz vuoto, e la vita ti sembra uno schifo.

 

Bene, immaginate che la mia pizza si chiami Erica Mou (mi perdoni per questa licenza) e che per assaggiarla sia dovuto scendere fino in Puglia per averne appunto solo due piccoli bocconi: il primo nell’estate del 2014 durante un contest per giovani cantanti (Fasano Talent Festival) a Pezze Di Greco, ridente borgo nei pressi di Fasano nel brindisino. Borgo ridente sì, ma in cui per l’occasione la temperatura era scesa fino a circa quattro gradi (in agosto, in Puglia!). La seconda nell’estate del 2015 a Martina Franca con (forse) un paio di gradi in più, ma dopo un violento temporale che stava per mandarmi malinconicamente a casa, in T-shirt e bermuda e senza ombrello, se non fosse stato per il baracchino dei panini con le bombette che mi aveva aiutato ad ingannare l’attesa mentre i poveri, efficientissimi e volenterosi organizzatori dell’evento asciugavano l’asciugabile e mettevano in sicurezza tutti i collegamenti elettrici inopinatamente allagati. In quel caso, quale premio per la mia costanza, ottenni la mia prima foto con Erica, documentata qui di seguito.

EricaMat

In entrambi i casi, comunque, avevo assunto solo piccole dosi omeopatiche di Erica (5/6 brani, venti minuti circa per ciascuno spettacolo) restando, per l’appunto, con la voglia. La voglia di qualcosa di bello e di buono che sei riuscito appena ad assaggiare ma di cui ambisci all’indigestione. D’altra parte iniziavo anche a temere che la presenza contemporanea mia e di Erica nello stesso posto creasse particolari congiunzioni astrali tali da rendere possibili, se non probabili, eventi atmosferici di scarsissima frequenza, quali per esempio una nevicata alle Bahamas. Per questo mi sono accostato con una certa prudenza alla sua data in programma a Bologna (al nord) e per di più a gennaio (in inverno), temendo come minimo una muraglia di due metri di neve sull’intera A1, o per lo meno da Milano a Orte. Ma la voglia di mangiarmi la pizza intera (finalmente un suo concerto completo) ha prevalso su tutti i timori legati alla generazione involontaria di catastrofi naturali e ancora una volta, la scelta è stata premiata.

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Un anno dopo, Cremonini l’è semper un etar quel!

CesareBallo

Cesare e Ballo sul palco dell’Unipol Arena

Era il 6 novembre dello scorso anno e in quell’occasione, davanti al pubblico di casa, sembrava che Cesare Cremonini avesse raggiunto l’apice della sua carriera nel corso dello straordinario concerto-evento nella sua Unipol Arena. Già, sembrava. Perché esattamente dodici mesi dopo, nello stesso posto, Cesare ha alzato di un’ulteriore tacca l’altezza della sua asticella e l’ha agevolmente superata atterrando morbido morbido sul materasso degli undicimila cuori urlanti di Casalecchio, incantati da uno show semplicemente perfetto in cui il re del pop italiano non si è risparmiato, regalando due ore e un quarto di musica e di grande spettacolo. D’altra parte, parlando del suo ultimo lavoro in studio Logico, lo stesso Cremonini lo aveva descritto come un punto di partenza, non certo di arrivo, attorno al quale definire la propria identità di artista. Un artista che rispetto a un anno fa ha solo quattro nuovi brani in repertorio (gli inediti del live Più che logico che dà il nome a questo tour) di cui tre su quattro entrano prepotentemente in scaletta, ma ha soprattutto una nuova dimensione da performer, quasi da showman.

Perché oltre a cantare e suonare, e ci mancherebbe altro, Cesare parla, racconta, intrattiene. Rispetto all’anno scorso non c’è più Joe Tacopina, volato qualche chilometro più in là sulla laguna, ma resta l’amore per il Bologna e per Bologna che trasuda da tutte le canzoni. Delizioso quando gigioneggia con le ragazze (non si vedevano lanci sul palco di reggiseni, rigorosamente rossi, dai tempi d’oro dei Duran Duran) lamentandosi del fatto che secondo Spotify il suo pubblico è prevalentemente maschile, e rivendicando simpaticamente di aver dato vita ai Lùnapop proprio per avere ragazze ai suoi concerti. “Io non dovrei stare qua sopra – spiega Cesare visibilmente commosso – dovrei stare giù in mezzo a voi, dove ho visto decine di concerti e partite di basket”. E si vede che gli si muove davvero qualcosa dentro davanti alla folla dei suoi concittadini.

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Negrita live. Pace, amore e gioia infinita.

Pau durante il concerto di Casalecchio

Pau durante il concerto di Casalecchio

La misura della crescita dei Negrita negli ultimi anni la dà la lunga lista di brani storici non presenti nella scaletta della seconda tappa del tour di promozione del loro ultimo album 9, attualmente nella Top 5 della FIMI dopo il debutto direttamente al numero uno. D’altra parte dopo oltre vent’anni di carriera il repertorio della band aretina è talmente vasto che l’ovvia e insindacabile scelta di dare spazio ai nuovi brani comporta necessariamente tagli dolorosi.

Non che i ragazzi si risparmino sul palco dell’Unipol Arena di Casalecchio, tutt’altro: due ore di show, ventitré brani suonati tra vecchi successi e novità, una scarica di energia rock con pochi orpelli, sonori e visivi, poco spazio per le ballate e tante chitarre graffianti. Pau è il solito splendido, incredibile, animale da palcoscenico, di gran lunga il miglior frontman nel panorama musicale italiano: canta, balla, salta, corre, parla, scherza, intrattiene, emoziona. Drigo invece ha l’aria di uno capitato lì per caso ma quando attacca i suoi riff killer si capisce che l’energia è tutta nel plettro, mentre Mac lo asseconda con la sua ritmica a formare quel suono ruvido e onesto che è la cifra stilistica della band. Completano la formazione Ghando alle tastiere, Cris alla batteria e l’ultimo arrivato Giacomo (Rossetti) al basso.

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