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Lo splendore rock dei ’90: i 25 anni di “Automatic For The People”

La copertina di “Automatic For The People”

Se ho cominciato fin da ragazzino a farmi una cultura musicale che andasse oltre alle sigle dei cartoni animati e ai brani di Sanremo, lo devo innanzi tutto a mio fratello, di quasi quattro anni più grande, che riempiva la nostra stanzetta con gli assolo di Mark Knopfler e le melodie al pianoforte di Elton John e Billy Joel. Ma un’altra persona che ha contribuito alla mia crescita musicale è stata sicuramente Lorenzo, mio compagno di classe al liceo scientifico che, già buon chitarrista e appassionato di anni ’70, cantautori e indie, mi fece scoprire i Guns’n Roses (che all’inizio non mi piacevano), i Led Zeppelin e i Pink Floyd (che all’inizio non mi piacevano), De Gregori e De André (che ovviamente all’inizio non mi piacevano) e soprattutto i R.E.M. (che, soprattutto loro, all’inizio non mi piacevano, ça va sans dire). Inutile dire che adesso quasi tutti gli artisti sopra citati sono compresi del novero dei miei preferiti (solo i Led Zeppelin non mi hanno coinvolto fino in fondo), soprattutto, appunto, i R.E.M.

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The Joshua Tree Tour: 30 anni di emozioni targate U2

Gli U2 sul palco dell’Olimpico

Dopo sei concerti degli U2, ed esattamente 24 anni dopo il primo, uno si aspetterebbe di essere sufficientemente vaccinato contro l’overdose di emozioni che lo show di Bono e soci regolarmente regala. Tanto da decidere scientemente di restare completamente all’oscuro (e in tempi di social media si tratta di un’impresa di una certa portata) di quello che sarebbe accaduto all’Olimpico nell’unica data italiana (poi raddoppiata, certo), al di là dell’ovvia riproposizione dell’intero The Joshua Tree al cui trentennale questo tour è dedicato, e lasciarsi sorprendere dalla scaletta.

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Rock e tacco dodici: la classe di Paola Turci

Paola Turci sul palco del Teatro Valli

Se c’è un’artista sottovalutata nel panorama musicale italiano questa è assolutamente la bravissima Paola Turci. Forse perché troppo mainstream per il mondo indie (che peraltro Paola ha frequentato) che troppo spesso guarda al circuito delle major con un po’ troppa spocchia, forse perché troppo indipendente (per fortuna!) per entrare nel frullatore mediatico che trasforma cantanti di caratura ben minore in popstar artificiali, adibite a mere macchine per la produzione di denaro. Fatto sta che pur avendo nel corso di una carriera lunga ormai più di trent’anni ottenuto il plauso unanime della critica (con una sorta di abbonamento, per esempio, al premio della critica sanremese) e del pubblico, competente, che la segue, resta l’impressione che non sia considerata una delle grandissime della musica italiana come ampiamente meriterebbe.

Un’ennesima dimostrazione della sua bravura si è avuta poche sere fa in occasione della tappa reggiana del suo Il secondo cuore Tour, durante la quale ha incantato il pubblico del Teatro Valli di Reggio Emilia con una performance maiuscola per intensità, energia, eleganza e feeling. E con una scaletta incentrata sui brani del suo ultimo fortunatissimo album intitolato proprio Il secondo cuore (da cui piuttosto sorprendentemente restano esclusi due piccoli gioielli come La fine dell’estate e Nel mio secondo cuore), probabilmente il lavoro più riuscito della cantautrice romana, grazie a una maturità artistica raggiunta attraverso un lungo percorso ricco di sfide e di idee nuove e anche grazie alla collaborazione con la bravissima autrice romana Giulia Anania (oltre che con Enzo Avitabile e con Luca Chiaravalli alla produzione), che affianca Paola nella scrittura di gran parte dei brani dell’album.

Un percorso, quello di Paola, iniziato nell’ormai lontano 1986 a Sanremo con la prima partecipazione al Festival nella sezione Nuove Proposte (L’uomo di ieri) e consolidato con la vittoria nella categoria Emergenti tre anni dopo con l’indimenticabile Bambini, uno dei non rari pezzi di impegno sociale e civile che caratterizzano da sempre il repertorio di Paola, che interpretava già allora la fine degli anni ’80 sulla scia delle Edie Brickell, delle Tracy Chapman e delle Tanita Tikaram (chitarra a tracolla e attitudine da folk-singer) che si contrapponevano al pop disimpegnato di Madonna e delle sue eredi ormai in rampa di lancio.
Un cammino che ha visto Paola evolversi e trasformarsi, vestendo panni sempre nuovi, da pura interprete a cantautrice fatta e finita, passando attraverso un gusto raro per la rielaborazione e la reinterpretazione di cover straniere poco scontate: dalla Luka di Suzanne Vega degli esordi fino a This Kiss (Questione di sguardi) che senza la sua versione probabilmente sarebbe passata inosservata alle orecchie distratte degli italiani che non si fossero imbattuti nel film Amori & incantesimi. Un gusto che contamina positivamente anche le sue esibizioni live, in cui dosa con grande maestria i propri brani originali e le sue cover più famose.

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L’amore e la violenza secondo i Baustelle

Rachele Bastreghi, Francesco Bianconi e Claudio Brasini

Come all’incirca mezza Italia, nell’autunno del 2005 rimasi incantato da La guerra è finita, il primo singolo dei Baustelle premiato da altissima rotazione radiofonica, anche (soprattutto) in virtù del recente passaggio della band ad una major come la Warner Bros. La semplice ma geniale progressione armonica, l’arrangiamento d’orchestra perfettamente fuso con suoni indie, la voce particolare di Francesco Bianconi con quel timbro scuro alla Nick Cave, le liriche originali, sospese tra pathos, ironia ed understatement nel trattare un argomento spigoloso e complicato come il suicidio giovanile.

Insomma, bastò poco perché decidessi di acquistare l’album La malavita, il terzo lavoro della band di Montepulciano ma, come detto, il primo a godere di visibilità mediatica anche al di fuori del circuito indie grazie al contratto con un’etichetta multinazionale. I precedenti Sussidiario illustrato della giovinezza e La moda del lento avevano infatti riscosso grande credito nel circuito underground ma poca diffusione al grande pubblico, anche perché all’epoca la potenza dei social network era nulla se paragonata a quella di oggi.

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Il fresco country “valdostano” di Mikol Frachey

La cover dell'album di Mikol Frachey

La cover dell’album di Mikol Frachey

È sempre un piacere poter godere della musica di giovani artisti italiani, che seguo sempre con simpatia. È un piacere ancora più grande poterne scriverne. Ed è un piacere enorme poter scrivere di artisti che ho avuto la gioia di conoscere e che quindi seguo con ancora più affetto nella loro avventura nel complicato mondo della discografia. È questo il caso di Mikol Frachey, giovanissima cantautrice che ho avuto la fortuna di poter ascoltare diverse volte dal vivo e che poche settimane fa è uscita con il suo primo album, intitolato col suo nome. Un album in cui spiccano la splendida voce della diciannovenne valdostana e una sonorità del tutto inusuale nelle produzioni made in Italy: un country che affonda le radici nei suoni caratteristici della tradizione americana, ma sapientemente declinato secondo i dettami della modernità.
Ma cosa lega le sonorità di Nashville e i dolci pendii intorno a Saint-Vincent? Non possiamo nemmeno pensare alla “West Virginia, mountain mama” di John Denver perché i riferimenti stilistici di Mikol sono altri, come è giusto che sia e come si conviene a una ragazza di diciannove anni.
Ecco allora che l’esperienza country a cui si ispira la Frachey è quella moderna e in qualche modo “contaminata” di artiste come Carrie Underwood e Gretchen Wilson, Shania Twain e, soprattutto, Taylor Swift, che viene citata in maniera implicita ed esplicita a più riprese tra le tracce dell’album. Una contaminazione da intendere nel senso più nobile del termine: quella in cui le canzoni, grazie a produzione e arrangiamenti che strizzano l’occhio all’attualità, diventano semplicemente più fruibili, mantenendo tuttavia intatte le caratteristiche e i suoni della musica country e, cosa molto importante, senza mai scivolare nel banale pop da classifica. Emergono allora altri riferimenti importanti, a loro volta frutto di contaminazioni, tipici di una millennial che ascolta musica contemporanea: dal raffinato pop-folk di Ed Sheeran al country-pop di Sam Hunt, con sfumature che riportano alle venature maggiormente rock di John Mayer.

Non a caso, Mikol non solo scrive interamente e interpreta i sui pezzi, ma suona anche splendidamente la chitarra (acustica, elettrica e dobro), aspetto che si evince chiaramente già in fase di scrittura, così che il suo approccio country si definisce fin dall’ispirazione; come prova di tutto questo basta ascoltare, in rete, la versione dal vivo del singolo Give Me Water, solo voce e chitarra. Sono poi  l’arrangiamento e la produzione a miscelare sapientemente strumenti tipici della tradizione americana (chitarra dobro, armonica, banjo, fiddle) e suoni più moderni e contemporanei. Suoni che vedono le chitarre sempre in primo piano, a tratti addirittura rockeggianti: si pensi all’assolo finale dell’ottima Budweiser, il brano sicuramente più rock dell’album, ma anche alla struttura di Blind, con arpeggi quasi brit-pop, diverse parti di chitarra stoppata e una batteria a tratti molto potente.
Tuttavia Mikol non si limita certo a scimmiottare meccanicamente esperienze altrui, ma le rielabora e le fonde con la sua sensibilità per creare una musica personale e originale. Gli elementi di punta sono infatti il suo ottimo songwriting, semplicemente incredibile per una ragazza della sua età, e un minuzioso lavoro di studio per trovare a ciascun brano il vestito giusto. In questo senso la nuova versione di Give Me Water è già una dichiarazione d’intenti: il nuovo arrangiamento alza di una tacca tutti i suoni più riconducibili al country e aggiunge nuovi elementi distintivi, dalla batteria che sembra trottare, ai cori di background, dal fiddle al flauto. Una rivoluzione artistica rispetto ai suoni del singolo e del relativo video, probabilmente dettata dall’esigenza di dare coerenza stilistica all’album.

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