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1992. La cronaca del nostro fallimento civile

Stefano Accorsi e Miriam Leone in una sequenza della fiction

Stefano Accorsi e Miriam Leone in una sequenza della fiction

Lo sdoganamento della fiction televisiva seriale, va detto, risale ormai a diversi anni fa. Ancora una volta furono le grandi case di produzione americane ad intuire le potenzialità delle serie, applicando teorie e tecniche del linguaggio cinematografico al mezzo televisivo. Prodotti come Desperate Housewives o Lost (entrambi del 2004) avevano già portato alla serialità una dignità impensabile per gli omologhi degli anni ’70 e ’80 come Dallas o Dynasty, pur dignitosi per l’epoca.

Ma è stato in anni più recenti che le serie televisive hanno trovato una propria collocazione non solo nei palinsesti dei principali canali (più spesso a pagamento, talvolta anche sui generalisti), ma anche un proprio ruolo all’interno di quel grande e vario contenitore che è l’arte cinematografica. Tanto da ricevere un riconoscimento ufficiale dal Festival del Cinema di Berlino che proprio quest’anno ha inaugurato la sezione dedicata alle serie TV.

Registi di culto come Quentin Tarantino (E.R. e C.S.I.) o autrici d’essai come Agnieszka Holland (Rosemary’s Baby e House of Cards) vengono chiamati a dirigere puntate delle serie più amate; premi Oscar come Kevin Spacey o Golden Globe come Robin Wright duellano in bravura in House of Cards. D’altra parte la durata di una serie permette agli attori di andare in profondità nella caratterizzazione dei personaggi, cosa che le sole due ore di un film non consentono. Se poi si tratta di attore di grande spessore successo, non corrono certo il rischio di restare per sempre legati al proprio personaggio.

In questo solco si inserisce di diritto la nuova serie di Sky Atlantic 1992, realizzata dalla Wildside, probabilmente la prima produzione italiana che approccia il mondo della fiction seriale con questo respiro internazionale (non a caso è in onda contemporaneamente anche in Inghilterra, Irlanda, Germania e Austria) e con questa malcelata ambizione di competere con il grande cinema. D’altra parte riassumere in un solo film tutte le vicende dell’anno che cambiò per sempre l’Italia non sarebbe stata impresa semplice neppure per il miglior regista hollywoodiano.

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Perché Sanremo è Sanremo?

Carlo Conti e il cast del Festival 2015

Carlo Conti e il cast del Festival 2015

Diavolo d’un Pippo Baudo! Era il lontano 1995 quando il motivetto composto da Pippo Caruso e Sergio Bardotti, sigla di quella edizione, iniziò a trapanarci il cervello fino a diventare a tutti gli effetti il jingle ufficiale della manifestazione. E oggi, a vent’anni di distanza, ci ritroviamo distrattamente a canticchiarlo e a chiudere ogni discussione sanremese citando il pay-off che qualsiasi pubblicitario avrebbe voluto avere inventato per quanto è forte, diretto ed efficace: “Perché Sanremo è Sanremo”.

Già, perché Sanremo è indubbiamente Sanremo ed è allo stesso tempo domanda e risposta, causa e conseguenza, principio e fine della sua stessa leggenda che si autoalimenta. Ma se Sanremo è Sanremo, e non ci piove, perché Sanremo è Sanremo? In altre parole, cosa trasforma una manifestazione canora che potremmo definire per molti aspetti datata, obsoleta, anacronistica, in un evento mediatico capace di catalizzare per una settimana intera l’interesse di milioni di italiani (la maggior parte dei quali non consumatori abituali di musica) e le discussioni di migliaia di persone al bar, in palestra, in ufficio, dalla parrucchiera, nello spogliatoio di calcetto?

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X Factor, il trionfo di Lorenzo Fragola

Lorenzo Fragola con il trofeo del vincitore

Lorenzo Fragola con il trofeo del vincitore

È finita come da pronostico: per una volta il vincitore annunciato fin dalle audizioni è uscito dal conclave del Forum ancora papa e non retrocesso a cardinale come spesso è accaduto. Anche se, secondo i dati del televoto, Lorenzo Fragola ha superato per una sola incollatura (51,74 % contro 48,26 %) il compagno di scuderia Madh con cui ha condiviso lo scontro finale per aggiudicarsi il titolo di X Factor 8.

Quella di Lorenzo, il cui talento rimane indiscutibile, non è stata pertanto una cavalcata trionfale, nonostante sia stato costantemente davanti a tutti nel televoto in tutte le manche di tutte le puntate esclusa la prima del sesto live in cui è stato superato proprio da Madh. A riprova di un sostanziale livellamento (se verso l’altro o verso il basso lo dirà la storia) di questa edizione, soprattutto dopo l’assurda eliminazione di Emma Morton, di sicuro la presenza più interessante dell’annata per personalità, presenza, voce e maturità. A guardare i dati, Emma è stata decisamente mollata dal pubblico dopo la sua Daddy Blues, che pure essendo di gran lunga il migliore tra i brani originali presentati dai concorrenti, evidentemente non era adatto al pubblico eccessivamente pop della trasmissione. Una volta esclusa Emma dalla finale, c’era una buona ragione per tutti e quattro i finalisti per meritare il successo. E c’era allo stesso modo una buona ragione per non meritarlo.

Mario, per esempio, era il protagonista meno atteso della finale e come da copione ha salutato la compagnia dopo il suo duetto con Arisa, che potenzialmente aveva tutte le chance per essere il migliore della serata ma alla fine è risultato un po’ sotto tono. La vittoria di Mario sarebbe stato il trionfo del cantautorato viscerale e sincero contro i lustrini del pop patinato che inevitabilmente permea questo come altri talent show. Un trionfo che Mario avrebbe meritato per essersi messo alla prova anche con pezzi in inglese e lontanissimi dal suo mood senza però mai perdere la sua identità e difendendo sempre e comunque la sua scelta di stile. D’altro canto, credo che per tutto quanto premesso, Mario Garrucciu fosse il primo a sapere che quello di X Factor non fosse certo il suo habitat ideale, che la sua immagine poco glamour e la sua musica legata alla tradizione (nel senso più nobile del termine) non avrebbe fatto impazzire né il pubblico né la Sony, che infatti non si è neppure sognata di pubblicare il suo EP. A dimostrazione di questa discrasia tra la sua attitudine da cantautore folk e il mondo dei talent show c’è la brutta fine che ha fatto il suo ottimo brano All’orizzonte nelle mani dell’industria discografica.

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Semifinale di X Factor, Emma incanta… e va a casa!

Emma Morton canta il suo inedito Daddy Blues

Emma Morton canta il suo inedito Daddy Blues

La semifinale di X Factor ha condensato nel breve volgere di un paio d’ore tutte le sorprese che invece erano mancate nei due live precedenti. E purtroppo, sempre dal mio personalissimo punto di vista, il saldo tra le sorprese positive e quelle negative dà un totale che fa pendere la bilancia decisamente dalla parte sbagliata.

Sul piatto buono c’è Mario, giunto inaspettatamente al palco del Forum contro ogni previsione, compresa la mia. Forse Mario non è tra i migliori quattro, non lo è certamente per potenzialità discografiche al di fuori della competizione, però io sono strafelice del suo approdo in finale. Mario è la rivincita della musica viscerale, sanguigna, sincera e priva del gloss da rivista patinata che sembra rivestire altri concorrenti: solo voce e chitarra e qualcosa da dire, per citare Bob Dylan (e a questo proposito la produzione della sua All’orizzonte non gli ha certo reso un gran servizio).

A me Mario ricorda il giovane Springsteen, non posso non amarlo. E sono felice che abbia dimostrato che il pubblico della musica (e anche dei talent show, per lo meno di questo) non sia composto esclusivamente da teenager in tumulto ormonale, che pure restano la maggioranza visti gli esiti del televoto. Poi ci sta tutto: che è classico, che fuori dallo stile cantautorale fa fatica, che non è un innovatore, che non ha il fisico da popstar… ma onestamente, nella storia della musica italiana c’entra più lui o Madh?

Sulla parte sbagliata del piatto c’è però Emma. E qui la sorpresa si moltiplica all’ennesima potenza, non solo perché tutti i bookmaker ormai la davano come la grande favorita per la vittoria finale, ma soprattutto perché esce dopo aver portato sul palco il più bello tra i brani originali della semifinale, dopo averlo cantato alla grandissima e dopo aver regalato un’altra perla nella seconda manche con la sua magnifica interpretazione di Love Is A Losing Game.

Difficile capire cosa possa essere successo al televoto; forse le ragazzine, una volta perso Leiner, hanno massimizzato i voti su Lorenzo e Madh facendoli volare, mentre Mario (come Lorenzo) ha beneficiato del fatto che il suo “inedito” non fosse inedito. Molto chiaro, invece, quello che è successo tra i giudici dopo l’ultimo scontro, quando le beghe da asilo e le strategie hanno purtroppo prevalso sul mero giudizio sul talento. Fedez voleva Emma fuori e ha ottenuto il suo scopo, riuscendo perfino a far credere che la colpa fosse di Morgan, il quale dal suo canto era così ostentatamente disinteressato alla vicenda che non si è nemmeno accorto di essere stato usato dal suo rivale. Spiace che queste cose, oltre a minare la credibilità di un talent show che finora si era elevato per qualità rispetto ad altri programmi, avvengano sulla pelle dei ragazzi in gara, che andrebbero valutati a prescindere dalla squadra di appartenenza.

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X Factor, al sesto live volano le donne

Ilaria  protagonista dopo una brutta prima manche

Ilaria protagonista dopo una brutta prima manche

Il sesto live di X Factor ha purtroppo confermato una tendenza già emersa nella fase finale della scorsa stagione: una volta eliminati i concorrenti evidentemente non all’altezza, emerge in tutta la sua forza lo scollamento tra l’effettiva qualità delle esibizioni dei talenti in gara e le valutazioni del pubblico del televoto. Un pubblico che ormai si è fatto una propria idea dei propri beniamini e rinuncia ad applicare un po’ di sano senso critico nel giudicarne le performance.

D’altra parte, non servono indagini socio-televisive per scoprire che i tre ragazzi di Fedez hanno un tipo di appeal su un certo pubblico che esula da quello che cantano e da come lo cantano; ero stato poi facile profeta nel pronosticare grandi difficoltà per Mario nell’arrivare alla finale, e non certo per presunte incapacità artistiche, anche se ieri è stato sotto tono; non era difficile, infine, ipotizzare l’eliminazione dei Komminuet che non hanno santi in paradiso, a cominciare dal loro giudice che, tra il serio e il faceto, li ha di fatto scaricati.

Fatto sta che in una serata in cui i peggiori sono stati Ilaria nella prima manche e Leiner nella seconda, il ballottaggio ha invece riguardato Mario e i Komminuet, che hanno dovuto soccombere. Peccato. Perché per motivi diversi (direi quasi opposti) entrambi meritavano di arrivare all’inedito, e invece ci dovremo accontentare di quello di Mario, e sarà comunque un bell’accontentarsi. I ritrovati Emma e Lorenzo sono stati questa volta i migliori della prima manche, mentre Ilaria dopo una pessima prima performance si è ripresa alla grandissima con la seconda.

Prima di passare alle esibizioni, un bel voto a Marco Mengoni (8) che ha portato un bel pezzo originale e stilisticamente diverso dai suoi standard, sintomo di maturità e intelligenza. Bravo.

 

PRIMA MANCHE

Leiner

I – Kendrick Lamar

Di certo quando può cantare e ballare riesce ad esprimersi al meglio, quando esistevano gli showman (chissà se ne esistono ancora) avrebbe potuto ritagliarsi di sicuro un ruolo nel mondo dello spettacolo perché è sicuramente un artista completo. Ma come cantante (lo so: mi ripeto) non ha niente di particolare che possa emergere in un panorama musicale saturo di voci come la sua e di stili come il suo. Numero comunque bello, ben congegnato e ben fatto.

Voto:  7

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