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L’attualità di Joshua Meyrowitz e la chiusura della società aperta

Joshua Meyrowitz

Per chi, come me, ha studiato comunicazione negli ahimè ormai lontani anni ’90 esisteva (ed esiste ancora) un testo fondamentale intitolato No Sense of Place: The Impact of Electronic Media on Social Behavior, tradotto quasi fedelmente in Oltre il senso del luogo e scritto dal professore di comunicazione e mass-mediologo americano Joshua Meyrowitz nel 1986. Ricordo che la prima cosa che mi colpì del libro fu che il suo autore era ben lungi dall’essere due metri sotto terra come accadeva abitualmente con i testi del liceo, dal momento che all’epoca (1994) il buon Meyrowitz era una giovanotto di 45 anni vivo e vegeto.

Nel libro Meyrowitz prova, con successo, a descrivere gli effetti sociali dei nuovi media elettronici, concentrandosi sulla televisione, in modo in un certo senso obbligato considerando l’epoca. In estrema e ingenerosa sintesi di un’opera corposa e articolata, il testo parte dall’evidente esempio fornito dal mezzo televisivo per descrivere come le tecnologie della comunicazione iniziassero a influenzare le relazioni sociali che intratteniamo quotidianamente. La tesi proposta, combinando gli studi sociologici di Erving Goffman sulla presentazione del sé nella vita di tutti i giorni come una performance teatrale a più spazi (back-stage e front-stage) con quelli massmediologici di Marshall McLuhan, sostiene come la televisione abbia comportato una svolta verso relazioni sociali nuove ed egalitarie, in quanto macchina in grado di “esporre segreti” che dà pertanto la possibilità di osservare le persone da un punto di vista totalmente nuovo.

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Quo Vado? Io sto con Checco Zalone

Checco Zalone davanti alla locandina di Quo vado?

Checco Zalone davanti alla locandina di Quo vado?

Non sono tra quelli che si sono sorpresi del successo di Quo Vado?, l’ultimo lungometraggio di Checco Zalone che sta abbattendo a suon di milioni tutti i record del cinema italiano; piuttosto mi sono sorpreso dello stupore che ha generato, dal momento che il comico pugliese non ha mai sbagliato un colpo sul grande schermo: dall’esordio di Cado dalle nubi (14 milioni incassati) fino ai 52 milioni di Sole a catinelle (il film italiano più visto della storia, prima di Quo vado? ovviamente) passando per i 43 milioni di Che bella giornata. Insomma, visti i precedenti e la tendenza a una crescita esponenziale, per lo meno a livello di box office, il clamoroso successo del quarto film dell’attore barese dovrebbe essere tutto meno che inatteso.

Invece, dopo i 14 milioni e mezzo incassati già nei primi due giorni, mezzo Paese si è stupito ed interrogato sulle ragioni di questo exploit. Anzi, per essere più precisi, mezza Italia si è decisamente indignata per le cifre stellari realizzate da Checco, partendo coi soliti pistolotti sul basso livello culturale del popolo italiano, ipotizzando l’imminente fine della nostra millenaria civiltà a causa della partecipazione di massa a una tale banale commediola di terz’ordine. D’altra parte, a proposito di Checco Zalone, è tornato di moda più che mai uno degli aforismi più abusati della storia, quello attributo ad Enzo Ferrari: “Gli italiani ti perdonano tutto, tranne il successo”. Ma nella fattispecie la frase è quanto mai calzante, poi, visto che gli italiani oltre a non perdonare il successo, amano in modo particolare dividersi su tutto: calcio, politica, donne, musica, motori e chi più ne ha più ne metta, non si sono certi fatti mancare l’occasione di schierarsi anche in questo caso in due fazioni contrapposte: da una parte l’intellighenzia dei “salotti buoni” a strapparsi i capelli sdegnata, vaticinando la fine del cinema italiano, dall’altra gli ultra-zaloniani a difendere il proprio idolo con sberleffi e pernacchie.

Checco Zalone è stato, in primo luogo, accusato di essere un prodotto televisivo, dove per televisivo si intende ovviamente prodotto Mediaset, sia per il primo successo del grande pubblico avvenuto grazie alle ospitate di Zelig, sia per la produzione e la distribuzione del film, targate Taodue e Medusa. Chiaro che in centri ambienti “culturali” (le virgolette sono d’obbligo), ancora affetti dal tic dell’anti-berlusconismo militante e viscerale proprio come l’ultimo giapponese che ancora non sa, o non ha capito, che la guerra è finita, la cosa sia vista con estremo fastidio. Va da sé che tali ambienti non si sono mai sognati di dare del televisivo alla loro musa ispiratrice Roberto Benigni (giusto per fare un esempio) che pure, molto più di Zalone, in TV ci è nato davvero.

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L’eliminazione dei Landlord e l’inesorabile declino di X Factor

I Landlord sul palco di X Factor

I Landlord sul palco di X Factor

Chi mi conosce sa che fino a due anni fa la mia opinione sui talent show a tema musicale era fortemente condizionata da un enorme pregiudizio nei confronti degli show stessi. Un’opinione che onestamente non è mai mutata per quanto riguarda gli infinitesimali frammenti di trasmissione che mi sono capitati davanti agli occhi di The Voice, Amici di Maria De Filippi o robe simili. Né le performance dei personaggi usciti da questi programmi sono mai riuscite a convincermi della bontà di queste competizioni, anzi hanno piuttosto consolidato i miei pregiudizi e con loro la mia avversione.

Poi nel 2013 mi capitò per caso di imbattermi nelle audizioni di X Factor e soprattutto di imbattermi nella travolgente esibizione di Violetta Zironi (splendida protagonista nel suo graditissimo ritorno ieri sera) quando cantò un’entusiasmante Shortenin’ Bread accompagnandosi con l’ukulele. Decisi allora di seguire il programma, solo e soltanto per lei, e mi dovetti presto stupire di aver scoperto una trasmissione ben fatta, ben confezionata, ottimamente condotta dal bravissimo Alessandro Cattelan e che dava il giusto valore alla musica, presentata in modo ineccepibile, almeno in quella edizione. Certo, di artisti del valore di Violetta in gara ce n’erano pochi, o meglio, non ce n’erano proprio, a prescindere da chi si aggiudicò i primi posti in classifica, ma dal mio punto di vista non speravo certo di trovare i nuovi Bono Vox e Bruce Springsteen in un talent show. C’era Violetta e c’era un programma ben fatto. Tanto bastava.

A distanza di soli due anni e con il giro di boa della nona edizione già alle spalle con cinque degli otto live previsti ormai completati, si può tracciare un primo bilancio di X Factor 9 e l’impressione che emerge è che il sistema sia andato in corto circuito, e che le poche sacche di resistenza dentro le quali cerca di difendersi la musica di qualità siano solo la rappresentazione paradigmatica della schizofrenia di un programma che cerca di mantenersi in bilico tra i Duran Duran e Franco Battiato da una parte e i 5 Seconds Of Summer e Justin Bieber dall’altra, ma che è fatalmente strutturato per creare dei Justin Bieber e non certo dei Simon Le Bon.

Ma quali sono quindi le cause di questa deriva? Proviamo ad andare con ordine.

Se l’aggettivo più insopportabile di X Factor è di certo credibile, l’avverbio che ho imparato ad odiare profondamente nel corso delle puntate è senza dubbio discograficamente. Discograficamente guida le scelte dei concorrenti, discograficamente suggerisce le assegnazioni, discograficamente decreta la sorte degli eliminati. Il problema è che discograficamente significa tutto e niente, per il semplice motivo che nel momento in cui vengono prese decisioni basate sulle potenzialità di un concorrente rispetto al mercato, non ci si rende conto che questo mercato non solo è quello che si è contribuito a creare con le stesse scelte passate che si sono compiute (ed ecco il corto circuito), ma che in realtà del mercato questa è solo una fetta, e non è neanche detto che sia la fetta più sostanziosa perché di gente che ascolta tutt’altra musica e che la compra legalmente rispetto al “modello X Factor” e che assiste a tutt’altri concerti è piena l’Italia ed è pieno il mondo, anche volendo restare nell’orbita del mainstream che comprende musica di alta e bassa qualità in proporzioni quasi uguali.

E anche volendo ragionare in termini di puro marketing, come si fa a parlare di mercato musicale come un unicum, quando è invece uno dei più segmentati che si possa immaginare? Arrivando all’attualità, dell’assurda eliminazione dei promettentissimi Landlord parlerò più avanti, ma come spiegare l’eliminazione dell’ottimo Massimiliano D’Alessandro addirittura in prima puntata, se non per il fatto di non avere l’età e il physique du rôle che la produzione immagina per il suo vincitore modello? Ma allora, in ultima analisi, che senso ha mantenere in vita la categoria degli Over quando l’obiettivo è evidentemente quello di trovare l’ennesimo ragazzino da dare in pasto ad altrettanti ragazzini? Se a X Factor hanno deciso di rivolgersi solo a un determinato target (che poi è quello del concorrente Amici), sarebbe veramente più onesto abolire la categoria dei “vecchi” over 25 oppure limitarla a un’età massima o a un minimo di figaggine acchiappa-ragazzine (vedi alla voce G come Giosada, peraltro ottimo). Sempre restando in ottica mainstream, viene da pensare che se a un ipotetico X Factor 1988 si fosse presentato Luciano Ligabue, sconosciuto ventottenne con alle spalle qualche data in giro nel reggiano con gli Orazero, cantando Neil Young voce e chitarra, molto probabilmente non sarebbe arrivato nemmeno ai bootcamp.

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Dov’è finita la creatività? Dimenticata in un paio di Levi’s 501

Nick Kamen nello spot "Launderette"

Nick Kamen nello spot “Launderette”

Attenzione! Avvertenza per i lettori. Questo non è un post nostalgico sui bei tempi andati e sui meravigliosi anni ’80 (e ’90), è semplicemente la presa d’atto di come nuove forme di comunicazione (principalmente via web) abbiano preso il sopravvento rispetto agli spot televisivi che fino a dieci – quindici anni fa erano il mezzo più rapido ed efficace di promozione e che in quegli anni sembravano fossero destinati a restare insostituibili per l’eternità. E, come tali, davano la possibilità a giovani (e non solo giovani) art director, grafici e copywriter di sviluppare idee innovative, capacità di sedurre, talento e creatività, mettendo in pratica la lezione dei grandi pubblicitari della storia. Io stesso mi iscrissi a Scienze della Comunicazione con il sogno di diventare un copywriter (vabbè, anche tante altre cose – a 19 anni le idee non sono poi così chiare – ma principalmente quello) e se penso alla qualità delle campagne di advertising dei nostri giorni non so se sentirmi sollevato per non dover scrivere spot come quello di Pittarosso o canzoncine come “Scappa scappa scappa con Panealba” o piuttosto deluso dal non essere stato ritenuto nemmeno in grado di scrivere uno spot così, dal momento che quei “creativi” fanno effettivamente quel lavoro.

Ma il punto è comunque un altro: il punto è che rispetto a quindici – venti anni fa sembra che le aziende e le agenzie pubblicitarie abbiano deciso di dedicare meno attenzione a questa forma di comunicazione che in passato, esattamente come alcuni videoclip, in certi casi ha superato i confini del mero filmato promozionale per assurgere al ruolo di opera d’arte. Non so se sia una questione di riduzione del budget o una semplice diminuzione della rilevanza della pubblicità televisiva nell’insieme della comunicazione integrata di un’azienda, fatto sta che il decadimento della qualità degli spot televisivi negli ultimi anni è evidente. E in particolare, questione che mi sta particolarmente a cuore, è evidente l’impoverimento della qualità della musica abbinata a questi spot.

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1992. La cronaca del nostro fallimento civile

Stefano Accorsi e Miriam Leone in una sequenza della fiction

Stefano Accorsi e Miriam Leone in una sequenza della fiction

Lo sdoganamento della fiction televisiva seriale, va detto, risale ormai a diversi anni fa. Ancora una volta furono le grandi case di produzione americane ad intuire le potenzialità delle serie, applicando teorie e tecniche del linguaggio cinematografico al mezzo televisivo. Prodotti come Desperate Housewives o Lost (entrambi del 2004) avevano già portato alla serialità una dignità impensabile per gli omologhi degli anni ’70 e ’80 come Dallas o Dynasty, pur dignitosi per l’epoca.

Ma è stato in anni più recenti che le serie televisive hanno trovato una propria collocazione non solo nei palinsesti dei principali canali (più spesso a pagamento, talvolta anche sui generalisti), ma anche un proprio ruolo all’interno di quel grande e vario contenitore che è l’arte cinematografica. Tanto da ricevere un riconoscimento ufficiale dal Festival del Cinema di Berlino che proprio quest’anno ha inaugurato la sezione dedicata alle serie TV.

Registi di culto come Quentin Tarantino (E.R. e C.S.I.) o autrici d’essai come Agnieszka Holland (Rosemary’s Baby e House of Cards) vengono chiamati a dirigere puntate delle serie più amate; premi Oscar come Kevin Spacey o Golden Globe come Robin Wright duellano in bravura in House of Cards. D’altra parte la durata di una serie permette agli attori di andare in profondità nella caratterizzazione dei personaggi, cosa che le sole due ore di un film non consentono. Se poi si tratta di attore di grande spessore successo, non corrono certo il rischio di restare per sempre legati al proprio personaggio.

In questo solco si inserisce di diritto la nuova serie di Sky Atlantic 1992, realizzata dalla Wildside, probabilmente la prima produzione italiana che approccia il mondo della fiction seriale con questo respiro internazionale (non a caso è in onda contemporaneamente anche in Inghilterra, Irlanda, Germania e Austria) e con questa malcelata ambizione di competere con il grande cinema. D’altra parte riassumere in un solo film tutte le vicende dell’anno che cambiò per sempre l’Italia non sarebbe stata impresa semplice neppure per il miglior regista hollywoodiano.

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