Sanremo 2019. Il mio pagellone.

Prima della finale e delle ovvie e scontate polemiche del “Doveva vincere Tizio”, “No doveva vincere Caio”, ecco la mia analisi semiseria dei 24 brani in gara.

ARISA 5,5

La media tra la divertente e divertita parte centrale (7) e le incomprensibili intro e coda (4). Per la serie “Come buttare nel cesso una buona idea”. Il duetto con Tony Hadley versione Stanlio e Ollio non ha aiutato. Peccato.

LOREDANA BERTÈ 7,5

Primo impatto stupefacente. Poi, ascolto dopo ascolto, attorno al formidabile hook del ritornello (che paga il suo debito a “Cosa vuoi da me?” di Samuele Bersani a sua volta cover di “Glastonbury Song”) l’impressione è che resti poca sostanza. Ma l’energia rock di Loredana sopperisce a tutto, bravissima! Bene anche con Irene Grandi.

BOOMBADASH 6,5

Ok, niente di originale nel classico reggaettino col suo bravo e ordinario levare, ma il brano è divertente e simpatico, scanzonato il giusto e fuori posto quel tanto che basta per strappare un sorriso. Con gente che si strappa i capelli per Achille Lauro, molto più convincenti loro.

FEDERICA CARTA e SHADE 4

Il classico pezzo che “spopolerà sul web” e, giusto in tempo per qualche kermesse estiva organizzata da Friends and Partners, avrà “totalizzato millemilamilioni di visualizzazioni su YouTube”. In sintesi: una ciofeca.

SIMONE CRISTICCHI 7

Il testo è pura poesia. Al primo ascolto colpisce però l’assenza di melodia, poi volta dopo volta si fa strada un ritornello orecchiabile e una parte musicale di spessore in realtà notevole. Non è esattamente il mio genere preferito, ma parliamo di teatro-canzone nella sua forma più alta.

NINO D’ANGELO e LIVIO CORI 4

A volte succede che la commistione tra generi e distanti e magari poco digeribili come la canzone napoletana e l’hip-hop generi un risultato sorprendente e di gran lunga superiore alla somma algebrica degli addendi. Ecco, non è questo il caso.

EINAR 4

Vabbè, classico prodotto adolescenziale per adolescenti, col marchio De Filippi ben visibile anche da lontano. Canzone priva di qualsiasi spessore, buona per la radio e per qualche cotta da liceale. Stendiamo un velo pietoso sui suoni…

EX-OTAGO 6,5

Pezzo molto più pop di quanto ci si potesse aspettare. Indubbiamente bello, elegante e ben costruito, ma forse privo del mordente necessario per lasciare una traccia più profonda. Comunque bravi e molto bello il duetto con Jack Savoretti.

GHEMON 8

Prosegue l’inesorabile evoluzione di Ghemon, ormai cantante fatto e finito oltre che ottimo autore e rapper. Raramente all’Ariston si è sentito un soul con venature R&B dell’eleganza, la classe e la sensualità di “Rose viola”. La versione con Diodato e i Calibro 35 è da urlo, altro motivo per comprare il meraviglioso 45 giri rosso e viola di cui è B-side.

IRAMA 5

Un testo che vorrebbe essere profondo ma di cui in realtà si capisce davvero poco, se non che tende pericolosamente al paraculo; la solita poco originale struttura con strofa rappata e ritornello superpop. Insomma, niente di nuovo sotto il sole, nonostante il tentativo di rendere il tutto più soul con un coro gospel.

ACHILLE LAURO 5

Prendi una decina di pezzi dal tiro rock, meglio se con respiro un po’ anni ‘60, attacca il frullatore, sbattici su un testo che cita gente a caso, scimmiotta Vasco e la vita spericolata. E la sala stampa va in visibilio. Ma perché?

MAHMOOD 4

Sol-di sol-di. Clap clap. In pratica un coro da stadio ripieno di vuoto pneumatico. Resta sempre misterioso come questi personaggi inspiegabilmente accendano i cuori dei critici. Un minuto di raccoglimento per i maestri che dopo anni di studi e sacrifici al conservatorio, sono costretti a battere le mani per Mahmood.

MOTTA 7

Il pezzo migliora ad ogni ascolto, l’arrangiamento tra percussioni, orchestra ed echi di world music è tra i migliori del festival. Mezzo punto in meno per il ritornello poco indie e un po’ troppo piacione. Bene il duetto con Nada anche se non meritava certo il primo premio.

NEGRITA 7,5

Non mi convinceva al primo ascolto, poi pian piano si fa largo e lascia una gran bella traccia di rock intenso e maturo. Non è tra le cose migliori della loro discografia (difficili esserlo in mezzo a 25 anni di capolavori) ma resta un gran bel pezzo, un po’ sporcato da quel triplo rullante sul ritornello che trovo un po’ fastidioso. Mezzo punto in più per il bellissimo duetto con Ruggeri (e Roy Paci).

NEK 6,5

È un po’ il Nek di “Fatti avanti amore”, che combatte gli imminenti 50 anni e la crisi di mezza età strizzando l’occhio all’EDM e parlando di amore e dell’inadeguatezza all’amore. Scomodare Borges è forse un po’ troppo, ma il pezzo è fresco, orecchiabile e ballabile.

ENRICO NIGIOTTI 5,5

Sempre difficile scrivere e interpretare vicende personali, ricordi, dediche a persone care che non ci sono più. Nigiotti resta a metà del guado tra lo sguardo malinconico e quello arrabbiato, finendo per mettere insieme una serie di immagini incoerenti tra loro e musicalmente povere. Peccato perché il ragazzo ha innegabile talento.

PATTY PRAVO e BRIGA 5

Canzone da ascensore, che inizia, si sviluppa e finisce senza che neanche te ne accorgi. Non brutta, ma innocua: passa senza lasciare tracce, di solito non quello che si chiede alla musica.

FRANCESCO RENGA 5

Dispiace perché si parla di una delle voci più straordinarie della musica italiana, ma da un po’ di tempo lo smalto rock dei tempi dei Timoria è andato irrimediabilmente perso e non c’è più traccia di “Raccontami”, “Ci sarai” o “Ferro e cartone”. Con brani ordinari anche la sua voce risulta ordinaria.

DANIELE SILVESTRI e RANCORE 7,5

Testo che buca fin dal primo ascolto, ma la melodia resta nascosta lungamente, poi quando finalmente arriva tutto è a fuoco. Silvestri interpreta come sempre con padronanza e credibilità, restano dubbi sull’utilità e sul senso del rap di Rancore, ma il pezzo c’è tutto. Pazzesca l’”irruzione” di Manuel Agnelli.

ANNA TATANGELO 5,5

Ha cantato ben di peggio (chi se la dimentica più “Muchacha”?) ma resta una delle ultime canzoni “sanremesi” interpretata in stile “sanremese”. Una categoria in via di estinzione, fortunatamente, di cui peraltro non si sentirà la mancanza.

PAOLA TURCI 7

Tanto mestiere per Paolina, che non bissa il boom del 2017 con “Fatti bella per te” ma porta comunque un pezzo con la sua ormai consolidata impronta e cifra stilistica. Brava, bella, elegante, precisa. Non da podio ma piacevole da riascoltare.

ULTIMO 8

“I tuoi particolari” secondo me non è all’altezza de “Il ballo delle incertezze” o “Peter Pan”, ma resta comunque uno dei pezzi migliori per scrittura e interpretazione del festival: strofa e bridge perfetti, il ritornello forse “apre” un po’ troppo in stile sanremese. Con un po’ più di coraggio poteva nascerne un arrangiamento da brividi, ma al quarto ascolto è già un superclassico da cantare a squarciagola negli stadi. Meravigliosa la versione semi-acustica in duetto con Fabrizio Moro.

IL VOLO 3

Un voto a testa, poco da aggiungere. La presenza di artisti della scena indipendente e della scena trap / hip-hop li fa sembrare ancora più vecchi del solito. Da dimenticare, infatti probabilmente vinceranno.

THE ZEN CIRCUS 5,5

Forse un po’ troppo cervellotica, forse un po’ troppo colta, forse arriva dopo millecinquecento ascolti. Fatto sta che l’istinto è per il Fast Forward, non certo per il Repeat. L’intervento di Brunori non ha aggiunto nulla al pezzo.