Lo splendore rock dei ’90: i 25 anni di “Automatic For The People”

La copertina di “Automatic For The People”

Se ho cominciato fin da ragazzino a farmi una cultura musicale che andasse oltre alle sigle dei cartoni animati e ai brani di Sanremo, lo devo innanzi tutto a mio fratello, di quasi quattro anni più grande, che riempiva la nostra stanzetta con gli assolo di Mark Knopfler e le melodie al pianoforte di Elton John e Billy Joel. Ma un’altra persona che ha contribuito alla mia crescita musicale è stata sicuramente Lorenzo, mio compagno di classe al liceo scientifico che, già buon chitarrista e appassionato di anni ’70, cantautori e indie, mi fece scoprire i Guns’n Roses (che all’inizio non mi piacevano), i Led Zeppelin e i Pink Floyd (che all’inizio non mi piacevano), De Gregori e De André (che ovviamente all’inizio non mi piacevano) e soprattutto i R.E.M. (che, soprattutto loro, all’inizio non mi piacevano, ça va sans dire). Inutile dire che adesso quasi tutti gli artisti sopra citati sono compresi del novero dei miei preferiti (solo i Led Zeppelin non mi hanno coinvolto fino in fondo), soprattutto, appunto, i R.E.M.

E in occasione dell’anniversario di Automatic For The People, pubblicato esattamente il 5 ottobre 1992, il pensiero non può non correre a quella mattina di 25 anni fa quando il citato Lorenzo mi consegnò una musicassetta (i 2000 sono pregati di andare su Wikipedia a vedere cos’è…) contenente da un lato Out Of Time, uscito l’anno precedente, e appunto Automatic For The People. E quell’album, che non appena inserito nel registratore (i 2000 si rifacciano alla parentesi precedente…) dello stereo non mi piacque affatto era in verità il capolavoro assoluto della band di Athens ed uno dei capisaldi tutta la musica rock degli anni ’90.
La band di Michael Stipe, dopo anni di college rock e fiera militanza nel circuito indie americano, era ormai uscito dalla nicchia probabilmente già dai tempi del primo album con la Warner: Green del 1989 (ma, all’epoca, di quel disco ricordavo solo le ballerine in topless nel video di Pop Song ’89), di certo dopo il successo planetario di Losing My Religion che l’anno precedente aveva proiettato Out Of Time nelle classifiche di mezzo mondo. Col senno di oggi, Out Of Time era un ottimo album impreziosito da alcune perle misconosciute (su tutte la stratosferica Country Feedback, ma anche Low e Texarkana) ma nel complesso non al livello di Automatic For The People, un lavoro completamente privo di riempitivi se non l’interludio New Orleans Instrumental N° 1, che è appunto un intermezzo strumentale, e privo di concessioni all’easy-listening come la Near Wild Heaven o la Shiny Happy People del disco precedente.

L’album è piuttosto un singolificio: dalla splendida traccia di apertura, Drive, primo singolo e piccolo manuale di rock ballad, alla traccia di chiusura e ultimo singolo Find The River, che chiude un trittico finale come non si sentiva dai tempi del famoso lato B di Abbey Road dei Beatles e che comprende altri due capolavori come Man On The Moon e la sempre struggente Nightswimming. In mezzo uno dei rari momenti di puro divertimento dell’album, quella The Sidewinder Sleeps Tonite che omaggia esplicitamente il “leone dormiente” nella versione dei Tokens (non a caso inclusa nel lato B del singolo) e il cui testo ancora più immaginifico del solito provoca un’incontrollabile risata dello stesso Stipe, perfettamente udibile all’inizio del terzo ritornello. Un ritornello che, per inciso, secondo le interpretazioni più attendibili (si sa che all’epoca i R.E.M. non pubblicavano libretti con i testi e Michael cantava appositamente in modo da rendere ambigue alcune parole) dovrebbe recitare “Call me when you try to wake her up”. E ci sono almeno quattro sillabe in più delle note disponibili. L’ultimo singolo, quarto in ordine di uscita, fu invece la celeberrima Everybody Hurts che, purtroppo, è diventata un po’ l’immancabile colonna sonora della sequenza-nostalgia in un numero esagerato di film e l’inevitabile commento musicale di ogni momento strappalacrime nei vari reality show. Se proviamo a non pensarci (e a fingere che nessun concorrente la porti ai provini di un talent show) rimane un pezzo dalla bellezza straziante, ugualmente pieno di pathos e di speranza, con il suo invito a tenere duro e non mollare.

D’altra parte il dolore è uno dei temi dominanti dell’album che parla apertamente di morte, di perdite, di tristezza. Si racconta che nella fase di scrittura del disco Peter Buck, Mike Mills e Bill Berry si scambiarono gli strumenti, dimenticandosi completamente della batteria, con l’intento di sperimentare nuove sonorità; quando Michael Stipe ascoltò i provini fu totalmente spiazzato da quell’assenza di ritmo e da quelle atmosfere cupe e malinconiche, ma nonostante ciò si mise subito al lavoro sui testi, plasmandoli e adattandoli a quelle che erano tristi però splendide melodie. Il suono divenne così scarno nella maggior parte dei pezzi, i famosi controcanti di Mike Mills quasi inesistenti, la batteria di Bill Berry delicata, gli arpeggi di Peter Buck appena accennati. Il tutto impreziosito dagli archi arrangiati da John Paul Jones, ex bassista dei Led Zeppelin (tanto per chiudere il cerchio). Tra gli altri pezzi dell’album Sweetness Follows affronta in maniera molto diretta il tema del dolore parlando apertamente della perdita dei genitori e di come questo dolore in molti casi possa anche unire; Try Not To Breathe è invece un po’ l’altra faccia della medaglia di Everybody Hurts, in cui il protagonista dopo aver vissuto a lungo e completamente si augura di riuscire a smettere di respirare, perché non ha più niente da chiedere alla vita.

Ignoreland, che con The Sidewinder Sleeps Tonite e Man On The Moon è una rara concessione ai bpm nel corso dell’album, rappresenta quello che rimane della rabbia della band di Athens, sempre molto attiva politicamente, dai tempi del college rock: un pezzo dedicato quasi interamente alla presidenza George Bush Senior (e in generale alle amministrazioni repubblicane), in qualche moto obliquamente citato anche in un verso di Drive: “Smacked, cracked, bushwhacked – Schiaffeggiato, spezzato, vittima di un’imboscata”. L’apparentemente delicata Star Me Kitten parla invece di un altro tipo di perdita, quella di un amore, con il cinico distacco già ampiamente sperimentato in The One I Love qualche anno prima, un cinismo che raggiunge l’apice con l’invito a un’ultima “scopata di addio” cogliendo l’occasione per rendere omaggio ai Rolling Stones, la cui Starfucker fu censurata in Star Star ed ecco allora che Fuck Me Kitten diventa Star Me Kitten. Automatic For The People compie oggi 25 anni eppure, dopo averlo ascoltato tre volte mentre scrivevo questo pezzo, potrebbe tranquillamente uscire domani e piazzare i suoi sei singoli nella heavy rotation radiofonica per quanto suona moderno e attuale; il che non fa che aumentare la voglia di una reunion della band di Athens, magari proprio per celebrare l’anniversario di questo capolavoro.

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