Archivio mensile:giugno 2015

I Muse e i loro Drones tornano alle radici

La copertina di Drones

La copertina di Drones

Lo avevano annunciato subito dopo il trionfale tour del 2013, immortalato in nel memorabile DVD Live at Rome Olympic Stadium: dopo due album dedicati alla sperimentazione di suoni nuovi (sinfonici in The Resistance, elettronici in The 2nd Law) i Muse sarebbero tornati back to basics, cioè al suono essenziale chitarre (tante), basso (mai così poco distorto) e batteria (mai così potente). Per farlo si sono affidati alla coproduzione di uno che di quei suoni ne mastica un po’: Robert John “Mutt” Lange, già produttore di capolavori dell’hard rock come Highway To Hell e Back To Black degli AC/DC, che affianca Matt Bellamy, Chris Wolstenholme e Dom Howard dietro alla consolle.

Quello che non cambia è l’approccio al progetto in termini di concept album, tanto caro a Bellamy che trova inesauribili fonti di ispirazione (da 1984 di George Orwell e alla sua teoria del Grande Fratello alla seconda legge della termodinamica come metafora dell’insostenibilità del sistema in cui viviamo) ma che alla fine torna sempre a farsi risucchiare nelle pieghe delle teorie del complotto e della lotta per la liberazione contro subdoli e malvagi oppressori. Le tesi di fondo del lavoro, mai come in questo caso dal chiaro approccio socio-politico, sono due: la prima è la feroce polemica sull’utilizzo dei droni come strumento di distruzione a distanza che deresponsabilizza chi distrattamente schiaccia un bottone dal caldo della propria stanza, la seconda è la trasformazione degli stessi uomini in droni umani, programmabili e programmati come strumenti di morte, grazie al lavaggio del cervello e del controllo mentale, altra ossessione cara a Bellamy.

Per la prima volta, quindi, Drones è un album concettuale a tutti gli effetti, in cui si snoda la vicenda di un uomo solo apparentemente vivo (Dead Inside) in quanto trasformato in uno strumento di morte grazie al lavaggio del cervello (Psycho), che nonostante la sua inascoltata richiesta di pietà (Mercy) diventa uno dei mietitori di cadaveri (Reapers) nelle mani dei mandanti (The Handler) dell’autorità costituita. Ma che già alla fine del pezzo inizia la sua lotta interiore per liberarsi dal controllo dell’oppressore: “Non vi lascerò più controllare i miei sentimenti, non farò più quello che mi viene detto, non ho più paura di camminare da solo, lasciatemi andare, lasciatemi stare, sto scappando dalla vostra presa, non mi possederete mai più”.

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Steph Curry e la rivincita dei “normali”

Stephen Curry e Andre Iguodala posano con il Larry O'Brien Trophy

Stephen Curry e Andre Iguodala posano con il Larry O’Brien Trophy

È finita come da pronostico, anche se il pronostico è rimasto in bilico molto più a lungo del previsto. Se ne è giovato è stato lo spettacolo, uno dei più belli degli ultimi anni, e di conseguenza il pubblico che si è divertito ad assistere alla sfida tra due dei giocatori più forti degli ultimi anni: LeBron James e Stephen Curry. Due giocatori talmente diversi da poter essere considerati diametralmente opposti, accomunati solo da un talento sovrumano e dalla capacità di essere decisivi nei momenti importanti del match. Oltre, ovviamente, a condividere curiosamente il luogo di nascita: per entrambi l’ospedale di Akron, Ohio dove la famiglia di LeBron viveva stabilmente e quella di Steph era di passaggio, quando Curry senior, Dell, giocava proprio con i Cleveland Cavaliers.

Del talento di LeBron è già stato detto tutto, ma probabilmente con le Finals 2015 ha raggiunto il punto più alto della sua pur brillantissima carriera, addirittura superiore ai titoli consecutivi 2012 e 2013 con i Miami Heat, quando poteva contare su compagni come Dwyane Wade e Chris Bosh. In questa serie finale LeBron si è caricato l’intera squadra sulle spalle e l’ha trascinata sul 2-1 a colpi di quarantelli, assecondato dal punto di vista offensivo solo a tratti dal suo supporting cast, un’impresa che ha dell’incredibile, che si spiega anche con prestazioni difensive di un’intensità inaudita ma soprattutto con l’impatto devastante avuto da James in termini di punti, rimbalzi, assist ma soprattutto di leadership, una voce che le statistiche non contemplano ma che mai come in questa serie ha pesato, portando comprimari (uno su tutti Matthew Dellavedova) a giocare, a tratti, a livelli di all-star.

Di certo Steph Curry non ha (ancora) sviluppato la stessa dose di leadership, è molto probabile che la conquista dell’anello contribuisca alla sua crescita anche in questo senso, ma le differenze con James non finiscono certo qua, a cominciare da quelle fisiche. LeBron è alto 2.03 e pesa 115 chili, è stato scelto dai Cleveland Cavaliers come numero uno assoluto nel 2003, prima ancora di compiere 19 anni, sulla scorta di incredibili performance la squadra della sua high school in Ohio. Si è presentato in NBA autoattribuendosi i titoli di The King e The Chosen One tatuati sulla pelle a testimoniare una giovane vita da predestinato già vissuta in gran parte sotto i riflettori dei media (e anche una certa, diciamo, self confidence); in pochi anni è  riuscito a portare la squadra della sua città alla prima storica finale NBA (impresa bissata quest’anno) e in seguito a vincere due titoli in quattro finali consecutive con i Miami Heat. LeBron ha una struttura fisica e una tecnica (assist, tiro dal mid-range, e tiro da tre anche se un po’ ondivago in carriera) che gli permettono di giocare da all-star in tutti e cinque i ruoli, basti vedere i suoi miglioramenti in post basso e la presa in mano delle redini del gioco dei Cavs, da playmaker puro, una volta dovuto rinunciare a Kyrie Iriving durante le finali. Un alieno.

Stephen Curry invece è alto solo 1.91 e pesa solo 86 chili, in una lega in cui lo strapotere fisico finisce per essere un fattore, se non il fattore determinante. È stato scelto da Golden State al numero 7 del draft 2009, dietro a due all-star come Blake Griffin (1) e James Harden (3) e ci sta, ma anche dietro a pari ruolo come Tyreke Evans, Ricky Rubio e soprattuto Jonny Flynn che non ha lasciato un ricordo entusiasmante ai tifosi di Capo d’Orlando. Quindi quello che fa Curry dall’alto del suo fisico sportivo ma normale è basato esclusivamente su talento, velocità d’esecuzione, intelligenza tattica e tanto tanto lavoro. Già, perché non basta il talento per avere quel trattamento di palla, quella perfetta tecnica di rilascio che ne ha fatto probabilmente il più grande tiratore da tre punti nella storia della NBA (44 % di media carriera e non è che ne prenda pochi se ha appena stabilito il record di tiri da tre a bersaglio in regular season con 286), ci vuole anche tanto tanto allenamento specifico per costruire ritmo, smarcamento, assist, e tutto quello che serve per emergere in una lega in cui, soprattutto nei play-off, viene costantemente raddoppiato e pressato nell’intento, spesso vano, di impedirgli un assist o un tiro con spazio.

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